sabato 1 ottobre 2016

INSIEME RACCONTIAMO 13 RIEPILOGO

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       INSIEME RACCONTIAMO 13

Ed eccoci col primo riepilogo del secondo anno di questo giochetto che mi sta regalando immense soddisfazioni.
Oltre ai finalisti ormai aficionados, ogni tanto si aggiunge qualche nuovo nome e questo significa soltanto che il gioco piace e che il nostro gruppo è ben affiatato e interessante.
Come faccio a non essere felice? :) Difficile vero?

Dopo Ofelia Deville, questo mese si è unito a noi anche Guardiano del Faro e Cristina M. Cavaliere
Benvenuti ad entrambi quindi e speriamo che l'interazione continui e sempre con maggior divertimento.

L'incipit di questo mese, assomigliava vagamente al primo, il capostipite di questa prole sempre più numerosa e variegata :)
Ho visto però che l'adesione è stata grande come sempre e la vostra fantasia supera ogni volta tutti i limiti della scrittura di mini e brevi racconti. Mai uguale.
Che meraviglia!
Grazie ancora di cuore a tutti!

Ma partiamo col riepilogo.

Il mio incipit era questo:


Seduta sulla poltrona, alzò gli occhi dal giornale. L’articolo le aveva fatto capire cosa doveva cercare per ottenere quello che voleva.
Lo posò, si alzò e così come era in casa uscì dirigendosi verso….

E qui di seguito, rigorosamente in ordine cronologico di arrivo, i vostri finali


SINFOROSA CASTORO 
la nostra maestra esperta in racconti  ultrabrevi. :) 

...verso il fondo del giardino dove stava un albero secolare e si impiccò.

MARIELLA
(Struggente)
 
la sede del comune della sua città.
A dire il vero era tempo che ci pensava e rifletteva sul da farsi.
Aveva provato a parlarne diverse volte con Michela.
Ma ogni volta era come scontrarsi contro un muro altissimo.
L’atavica paura di lei di dover dare troppe spiegazioni, dell’esporsi ad ogni sorta di giudizio altrui, la bloccava. E poi la famiglia di Gianna, sempre così dura, così distaccata e lontana che fondamentalmente non le aveva mai accettate.
Dimostravano una totale indifferenza alla situazione. Ne parlavano pochissimo, toccando con mano il continuo disagio altrui.
“Stiamo bene così, cosa ci manca?” Le ripeteva spesso, ogni volta che affrontava l'argomento, chiudendola lì.

Eppure era quello che avevano sempre desiderato.
Dal primo giorno di liceo, quando si erano ritrovate sedute allo stesso banco. Il sole sulla testa e quel battito fortissimo nel petto.
Passo dopo passo, sempre insieme da quel momento in poi.

Lei non aveva paura di nulla. Si può avere paura dell’amore?
Gianna salì al 1° piano. Entrò nell’ufficio del sindaco ed esordì guardando suo fratello dritto negli occhi e tenendo ben stretto il giornale in mano. Lui le sorrise, lei ricambiò.
“Io e Michela ci sposiamo. E la tua decisione è il più bel regalo che tu potevi fare a noi e all’amore.

Nessuna paura dell'amore. Mai.



(frivolo ma divertentissimo e mooooolto femminile)

..la macchina. Come aveva fatto a non pensarci prima! Accidenti, continuava a ripatere, basta veramente poco!
Con la macchina aveva impiegato 5 minuti, aveva ancora il tempo di raccogliere le energie, spazzare via i timori, focalizzare l'obiettivo ed entrare a comprare l'oggetto del desiderio...!





(piena di speranza!)

il canile comunale.
Posteggiò l’auto davanti all’ingresso e suonò il campanello.
Le venne ad aprire un signore di mezza età, cui mostrò l’articolo di giornale che aveva ritagliato.
L’uomo allargò un sorriso:
-È una delle poche persone che hanno deciso di rispondere al nostro appello. Posso sapere perché ha deciso di farlo?-
Giulia lo seguì all’interno del canile, che sapeva di solitudine e tristezza:
-Non lo so bene. Forse sono giunta a un punto della vita in cui devo salvare qualcuno, per salvare anche me.-
-Quando è così, cominciamo a compilare i moduli per l’adozione. Ha con sé dei documenti?-
-Certo.-
Il signor Franco trascrisse i dati e la guidò attraverso un corridoio avvolto nella penombra.
Giulia lasciò vagare lo sguardo attraverso le gabbie, dove sul fondo era stata sparsa della segatura. C’erano cani di tutte le taglie, di razza e meticci, cuccioli vivaci e altri più tranquilli.
Poi la sua attenzione venne catturata da un cane bianco a macchie marroni, che la fissava in silenzio steso sulla pancia con i suoi occhi scuri colmi di infinita solitudine.
-Lui chi è?-
-La chiamiamo la Matriarca, è qui da sei anni e non l’ha voluta nessuno.-
-Perché?- domandò incuriosita.
-Perché dicono che è brutta.-
Giulia sentì una morsa al cuore. Anche lei non piaceva a nessuno, nemmeno al suo ex marito che aveva preferito andarsene via con un’amante più giovane.
Prese la sua decisione e qualche ora più tardi, dopo un bel bagno caldo, invitò la Matriarca a sedersi sul divano del soggiorno.
La cagnolona la guardò incerta, poi saltò agilmente accanto a lei e posò la testa sulle sue gambe.
-A questo punto bisogna trovarti un nome vero.- disse –Cosa ne pensi di Libertà?-
E Libertà abbaiò, felice come non lo era mai stata in tutta la sua vita canina.”


 GUARDIANO DEL FARO
 (perchè nella vita non si sa mai cosa può succedere ahahah)


... il bagno, sfilandosi il pigiama, si ficcò sotto la doccia, aprì il rubinetto e, mentre l’acqua le sferzava la pelle, procurandole uno spiacevole brivido di freddo, prese a ragionare fra sé, a voce alta: “Vediamo... sono le otto, se mi sbrigo ed esco alle otto e un quarto, potrei farcela. Da qui al centro direzionale non è molto, ci vogliono quindici minuti. Già... se non ci fosse traffico! Non posso fare tardi, ho un dannato bisogno di quel posto.” Ed infatti ne aveva proprio bisogno, avendone perduto uno due mesi prima.
Si asciugò e si vestì in un baleno e dopo un quarto d’ora era già fuori alla porta. Raggiunse il garage, montò sulla sua vecchia Mini Minor, verde metallizzato, avviò il motore e diresse verso la tangenziale. Percorse circa un chilometro ad andatura piuttosto sostenuta, zigzagando fra le vetture, poi l’imprevisto: sentì un gran fracasso e una dolorosa sferzata alla schiena. Qualcuno l’aveva tamponata. “Questa non ci voleva!” - disse fra sé e sé, mentre sul viso le si dipingeva una piega di dolore.
“Si è fatta male?” – chiese a un tratto un signore, sporgendosi dal finestrino.
“Abbastanza” – replicò lei, portandosi le mani ai fianchi ed uscendo dalla vettura per raddrizzare la schiena. “Insomma, dove aveva la testa!”- soggiunse secca.
“Mi scusi, sono imperdonabile, ero distratto stavo parlando al cellulare. – replicò l’altro – Comunque, non si preoccupi, la farò indennizzare, le rifaranno l’auto nuova.
La ragazza lo guardò e disse: “Non m’importa tanto per l’auto, mi secca di aver perso un importante appuntamento di lavoro.”
Il signore, intento a scavare nelle proprie tasche, sembrò non raccogliere e aggiunse: “Questo sono i miei dati e il mio il biglietto da visita. Non esiti a contattarmi… sono suo debitore, in tutti i sensi.”
La donna prese il biglietto e lesse: “Maurizio Gondrand – Spedizioni Marittime”, poi rilesse e spalancò la bocca, incredula. Dopodiché esclamò: “Questo è il più bell’ incidente che mi potesse capitare! 




il parco. Finalmente l’ispirazione si era fatta viva, e aveva trovato il modo di decorare la tavola per la cena di Natale. Qualche pigna come segna posto, dei piccoli rametti decorati con finte bacche di feltro, rigorosamente color rosso, perfetto come centrotavola, e per finire qualche filo d’erba da intrecciare sui bicchieri. Era così entusiasta di quell’idea che non aveva fatto caso al suo abbigliamento scarno, consistente in una leggera vestaglia in pile che la copriva fino al ginocchio, e una scollatura a “V” che preannunciava mal di gola entro sera, poiché non indossava nient’altro sotto. 

Ai piedi dei semplici sabot. 

Sentiva la nebbia penetrarle nelle ossa, e la luce fioca del lampione rendeva visibile a non più di mezzo metro. 

Decisamente un’imprudenza uscire in quelle condizioni! Eppure ci teneva così tanto a quella cena, Ale aveva accettato il suo invito, e fantasticava su di lui ormai da tre anni. Le venne in mente la fotografia del giornale; raffigurava un vecchio baule, probabilmente pieno di ricordi, e forse di sogni avverati.

 

 
Come sarebbe stato il suo baule? Vuoto, se continuava a pensare solo e sempre al lavoro.  
Nel suo sogno ad occhi aperti, avrebbero camminato sorridenti in una via della città, comunicando in scioltezza. 
Una scioltezza che non le era mai appartenuta, almeno fino a quella sera.
Possibile che una semplice fotografia possa fare scattare il click che ti cambia la vita? 
Si diresse verso casa, tutta infreddolita, annusò le pigne che sapevano di pino silvestre, con la speranza nel cuore che Ale avrebbe scelto di sedersi di fronte a lei. 

  
MARINA GUARNERI                                                                                                                                                                                            
(molto legata alle tradizioni locali che non vanno mai perse perchè sono le          nostre radici)                                                                                                                                                                                                                                             


...la fermata del tram. Aveva con sé un piccolo oggetto in metallo. 

Da bambina era rimasta incantata dal suono distorto e vibrante di quello strano strumento musicale che si mescolava a tamburello, flauto e fisarmonica nella tarantella del ballo di fine anno scolastico. Gongolante era tornata a casa proclamando con entusiasmo la sua nuova passione: "voglio suonare quel coso, voglio suonare anch'io quel coso" e saltellava per casa mimando il gesto di avvicinare alla bocca l'invisibile ferro di cavallo con il pollice che titillava al vento un'ipotetico doin-didi-in-di-doin.

"Non è strumento per signorine", le aveva detto con tono severo il padre, "dimenticatelo" e lei, rassegnata, aveva rinunciato a quel piccolo desiderio, chiudendolo dentro un cassetto, insieme a tanti altri, poi accantonati negli anni. Finché quel giorno, il trafiletto del giornale, sotto i suoi occhi, le era sembrato un chiaro segno del destino: il Maestro Turi Morelli inaugurava, proprio quel pomeriggio, il terzo anno del Festival Regionale di musica falk, suonando lo strumento protagonista della tradizione popolare di una straordinaria terra, la Sicilia. Il suo giaceva immacolato in fondo alla tasca del pantalone, avvolto in un pannetto di velluto.

Al termine della suggestiva esibizione, andò vicino al musicista e, tirato fuori quel piccolo aggeggio di ferro laccato, gli si rivolse con disinibita reverenza: "maestro, la disturbo un attimo. Mi insegna a suonare il marranzano?"
 




IVANO LANDI                                                                  

Con due finali dove si mescolano fantasia fiabe e         mitologia                                                                   

                                                                                                                                                                   
Finale numero 1                                                       


…la fermata. Vi si erano già radunati intorno alcuni bambini, per la maggior parte più piccoli di lei. Ma se il giornale diceva il vero, quella sera stessa la piazza sarebbe stata di nuovo vuota. Il mistero dei bambini scomparsi. Succedeva una volta l’anno, sempre nello stesso giorno, ma nessuno riusciva a evitarlo perché nessuno sapeva esattamente che cosa succedesse. Nessuno degli adulti, per l’esattezza. I bambini invece, una volta presa la decisione, trovavano la strada come per magia. Tutto l’opposto dei loro genitori, che se si mettevano sulle tracce dei figli si dimenticavano quasi subito il motivo per cui erano usciti di casa. La gente poi che si trovava a passare per caso nei paraggi, sembrava che i bambini lì radunati non li vedesse neppure.

Lei sperava ardentemente che tutto quello che nelle settimane precedenti aveva sognato si sarebbe realizzato, perché non ne poteva proprio più della scuola e tantomeno le piaceva l’idea di dovere un giorno mettersi a lavorare o peggio ancora sposarsi e crescere dei figli. Era del resto chiaro che anche gli altri bambini condividevano le sue stesse preoccupazioni e si mostravano altrettanto ansiosi di lei; c’era perfino chi si stava mordendo le unghie, mentre i più previdenti si erano portati da casa le bolle di sapone o la corda per saltare. Ma quando arrivò il tramonto, tutti si immobilizzarono nell’attesa dell’ora magica del crepuscolo, quando si diceva che il mondo della realtà e quello della fantasia sarebbero diventati uno. E come previsto, mentre l’aria diventava più densa e insieme più trasparente, si levò nell’aria anche il suono delle campanelle, a preannunciare l’arrivo della corriera, che sembrò sbucare a sua volta dal nulla. Accolta dalle grida di giubilo dei bambini, era in tutto e per tutto quella vista nei loro sogni. Destinazione: Paese dei Balocchi                                                                                                                                                                                                                                                                          


Finale numero 2




…il museo archeologico. Pagò il biglietto d’ingresso e raggiunse la grande sala riservata alle esposizioni. Da quel giorno e per un paio di settimane avrebbe ospitato una mostra di reperti, frutto di una recente campagna di scavi in Mesopotamia e tutti rinvenuti all’interno di un grande tunnel sotterraneo, opera, secondo gli autori della scoperta, di una civiltà antecedente a quella sumerica. Si trattava di un evento senza dubbio eccezionale, anche perché le particolari condizioni di conservazione avevano fatto sì che il materiale attraversasse quasi indenne un arco di tempo pari forse a dieci millenni.

Le bastarono pochi minuti per individuare quello che cercava: un piccolo tabernacolo tempestato di gemme e come sorretto ai lati dalle statuine di due divinità teriomorfe, che aveva resistito fino a quel momento a ogni tentativo di apertura. Era esattamente come lo ricordava. Senza indugiare un istante, ignorò i cartelli con il divieto di avvicinarsi, scavalcò il cordone del dissuasore e afferrò il prezioso reperto. Dopodiché, con mano sicura, fece ruotare una delle gemme ornamentali fino a provocare l’apertura, con uno scatto secco, dell’anta di sinistra. Dietro vi era conservata una piccola anfora, che lei subito aprì per berne il contenuto. Meno di un minuto dopo l’avevano circondata gli addetti alla sicurezza del museo, ma nessuno di loro osava ancora avvicinarsi al mucchietto di cenere che sul pavimento della sala aveva preso il suo posto.



 
 

L'immagine  è un'illustrazione di Mark Ryden da: Fushigi Circus. The Art of Mark Ryden (Last Gasp 2006)


LORENZA MARENGO 
 (un viaggio verso un castello o verso il nostro io più profondo?)



la stazione:aveva un viaggio da fare.

Incurante degli sguardi che si posavano sul suo vestiario,a dir poco raffazzonato,salì e si accomodò lontano.

Nella sua vita aveva atteso  l'ispirazione,il momento felice in cui le parole saltano fuori come un fiume in piena.
Dopo il  best seller di gioventù,che tanta fama le aveva dato,non vi era più stato verso di creare una trama, troppe idee  la perseguitavano.
Aveva dato colpa alla vita monotona,all'indole pigra,alla sua casa così ovvia .
Sentiva d'aver bisogno di un posto con qualcosa di speciale, un luogo da dove far nascere storie.
Senza molta convinzione l'aveva cercato per anni,ma nessuna baita di montagna,nessun attico di mare,nessuna capanna spersa nel più lontano anfratto del mondo era capace di risvegliarla dal torpore.
Si era ingrigita nell'attesa ,fino a quel mattino,con quella piccola foto sul giornale.
L'aveva visto.
Lui era là e la stava chiamando.
Come da uno scrigno chiuso anzitempo ,le parole cominciarono ad arrivare,quando ancora la meta era lontana,quando ancora la sagoma del suo futuro era al di là dei mari.
Quasi una magia.
Scriveva su fogli d'ogni tipo,non riusciva ad attendere.
D'un tratto tornarono anche i colori.
Stava albeggiando e l'improbabile castello era laggiù a pochi passi.
Si strinse nel maglioncino e si mise in cammino.
La sabbia era bagnata e già questo le piacque.









(struggente)

 

.. la strada sottostante verso il negozio dietro l'angolo. L'annuncio pubblicitario del giornale locale parlava di grossi sconti. Entrò come una furia.
«Presto, la mia bambina torna da scuola e non mi trova.»
Il commesso guardò stranito quella donna così agitata. Non commentò, si mise a disposizione.
«Voglio quei nastri azzurri in vetrina.»
Il commesso li prese e li porse alla donna. Lei in tutta fretta pagò.
«Mi scusi sa, devo scappare, mi scusi, ho paura di non fare in tempo.»

Era quasi l'alba. Una mano scosse la spalla della Dottoressa Guidi afflosciata su di una sedia metallica.
«Dottoressa, dottoressa, si svegli. Credo che ci siamo.»
Lavorava in quell'ospedale, era lì non come medico di reparto ma come figlia. Aveva sognato sua madre. Dal monitor si potevano vedere tutti i parametri vitali precipitare. Avevano concordato di non rianimare la mamma. Era allo stadio terminale della malattia. Il cancro l'aveva resa uno scricciolo fatto di pelle e ossa. Un lungo e impietoso Calvario.
La dottoressa Guidi, senza curarsi di chi le stava intorno, si sedette sul letto, poi con delicatezza mise una mano dietro la schiena della madre e senza sforzo la sollevò sino a portasela al petto. Con il mento sopra la spalla pianse silenziosamente. Sentiva i contorni delle ossa del torace, l'odore di malattia e morte. Un grido accennato, sibilante, le uscì dalla bocca. Chiese perdono. Per non esserci mai stata in tutti quegli anni, per la poca pazienza nei suoi confronti. Chiese perdono.
Era una mattina di marzo quando si svolse il funerale. La dottoressa si sorprese di quanto fosse piacevole quel vento capriccioso, di come fosse bello il tepore dei raggi del sole che annunciavano la primavera.
Aveva voluto rimanere sola per un ultimo saluto. Mentre si asciugava le lacrime si avvicinò una bambina tenuta per mano dalla nonna. La bimba la guardò con un mezzo sorriso, intenerita da quell'adulto che piangeva. Senza una parola si sciolse i codini e mise in mano alla dottoressa i nastri che le legavano i capelli. Fece un ultimo sorriso e se ne andò. La dottoressa Guidi, prese i due nastri e se li portò al volto per sentirne il profumo. Grata per quel gesto di gentilezza, mise nella borsetta i due nastri azzurri, identici a quelli del sogno. Si allontanò inspiegabilmente più serena.



(Un ingresso col botto)

In sottofondo la musica... LA CAMPANELLA DI PAGANINI



Seduta sulla poltrona, alzò gli occhi dal giornale. L’articolo le aveva fatto capire cosa doveva cercare per ottenere quello che voleva. Lo posò, si alzò e così come era in casa uscì dirigendosi verso la chiesa della Santissima Trinità nella piazza principale. Da lì sarebbe partito il funerale di colui che, da giovane, le aveva rovinato la vita. Era stata la storia banale del padrone che seduce l'operaia. Che, cacciata di casa senza un soldo e con un figlio in grembo, aveva fatto vita grama, sgobbando come una mula per mantenere entrambi. “Marito modello, padre premuroso, lavoratore indefesso,” recitava il necrologio sul giornale. Altro che marito modello: metteva le corna alla moglie sin dal primo anno di matrimonio. Il padre premuroso era tutto da dimostrare. E a fare turni massacranti erano gli operai della sua azienda. Ma, ora, si sarebbe vendicata alla grande. S’era procurata la prova indubbia della sua paternità. E avrebbe fatto una chiassata davanti a tutta quella gente ipocrita, documento in pugno. Suo figlio avrebbe ricevuto parte dell’eredità. Benedetta sia la scienza e anche la legge.
In ciabatte e vestaglia, la vecchia Beatrice si affannava verso la piazza della chiesa. A un certo punto dovette fermarsi per riprender fiato accanto al muro del cimitero. Scorse il carro funebre parcheggiato, le corone cariche di fiori, i paramenti a lutto. Una fitta le attraversava il braccio sinistro. Sentì una voce: “Signora Beatrice, ma che cosa fa qui?” Girò la testa di sotto in su e scorse la faccia del custode. Inveì e gli sventolò sotto il naso il foglio. “Il documento! Il documento di paternità!” “Ma di quale documento parla, signora Beatrice?” Aggiunse: “Questa è una carta da salumiere.” Beatrice stritolava la velina oleosa in cui era avvolto l’etto di prosciutto che comprava giornalmente. La sua mente aveva fatto cilecca… di nuovo.

Così, l’ultima cosa che vide, prima di cadere per terra agonizzante, fu la bara che usciva trionfalmente dalla chiesa, seguita dalla folla compunta in gramaglie.

Persino da morto aveva vinto lui.



                    Sera sul viale Karl Johan di Edvard Munch (1892)
     


  
SQUITTYDENTROL'ARMADIO 


… quel mondo grigio, dal quale si era allontanata tanto tempo prima.

A volte, lo sapeva, era necessario tornare, per riportare le cose nel loro stato originario o, almeno, per ripristinare gli equilibri alterati.
Vivere in una bolla d'aria poteva andare bene per un po', ma non era certo la soluzione ottimale.
Risolvere, questo doveva fare. Per se stessa, per tutti.
Il ritorno era sempre faticoso, lo sapeva benissimo, perché già era successo in passato di tornare, anche se questa volta era diverso. Questa volta era stata lontana per un tempo molto più lungo.
E il mondo era più grigio di quanto era mai stato.
Amava quel suo mondo, anche se non pareva fosse così, ma, pur amandolo, si era resa conto che era diventato qualcosa di sconosciuto, di intollerabile, di asfissiante.
Lei odiava quella sfumatura di grigio. Non era nero, non era bianco, non era nulla. Era quella fastidiosa via di mezzo, che le era impossibile comprendere.
Il nero almeno era un colore, nero, ma pur sempre un colore. Poteva non piacere, ma aveva una sua anima, un suo perché.
Il bianco pure. In genere riceveva maggiori consensi, era pur sempre il lato migliore della medaglia, quello che tutti prediligevano. Era un po' un colore di comodo, ne era convinta, ma pur sempre di colore di trattava.
Il grigio, invece, no. Non era niente.
La strada era lunga, a tratti faticosa, in certi momenti una vera e propria salita, ma aveva intenzione di tornare, aveva deciso.
Nulla l'avrebbe fermata.
L'abito che portava era il solito, quello che rispecchiava al meglio la sua anima, quello che indossava nella sua intimità, nei momenti in cui era veramente se stessa.
Man mano che procedeva, quelle alcune macchie di grigio, che lo avevano corrotto, scomparvero.
In breve, sul mondo, tornò a risplendere l'arcobaleno.





E qui la musica scelta da Squitty 
https://youtu.be/JH1FWM936Qw 


Il mio finale

 
… verso la stazione. Si mise in coda per prendere il biglietto. Ci sarebbe voluta almeno mezz’ora ma ne valeva la pena. Lì, nel centro commerciale, c’era la migliore pasticceria della città e lui…. Il suo sogno che si avverava. Una lezione di alta pasticceria di Ernst Knam!






Myrtilla

venerdì 30 settembre 2016

Venerdì di poesia del 30 settembre


VENERDÌ DI POESIA DELLA COMMUNITY AMAMIPIÙCHEMAI

Aderisco all'iniziativa della Community #LovePoetry #Venerdìdipoesia #LaMagiadelSilenzio #Frastuono.

La magia del silenzio
vive
quando il frastuono cessa
Quando
il tuo respiro
è musica
per il mio cuore
Myrtilla


 

Giunta è l'ora


Giunta è l’ora
di sorridere
all’oggi
senza rimpiangere ieri
o sperar
in un miglior domani.
Vivere
il tempo
Godersi
il battito del cuore
Spalancar
gli occhi
e
scoprir
la vita intorno
Myrtilla

giovedì 29 settembre 2016

Era là

Era là, vestita col suo abito più colorato, fatto di rossi, arancioni, gialli. Invite. Ne sentiva persino l'aroma. Umido, erba.
Lo chiamava.
"Apriranno questa porta!" sospirò il gatto dietro ai vetri assaporando l'autunno.
Myrtilla




            https://pixabay.com/it/cat-sbornia-rosso-carino-sgombro-1659625/

mercoledì 28 settembre 2016

Parlano le foglie

Parlano le foglie mentre ne calpesti il crocchiante tappeto.
Ti narrano la loro vita, dalla tenera e verdeggiante nascita alla loro giallastra.  morte
L'ultimo viaggio in lieve caduta. Quello  che le porta dalle vette alle valli, dal riparo sicuro di un fitto fogliame a terre umide e brune.
L'unico viaggio. Eppure a loro par d'aver viaggiato molto di più.
Con il loro sguardo sono andate a giocare nel parco con nonni e nipoti, al supermercato con  le mamme frettolose, sulle strade in direzione di fabbriche e uffici spinte da piedi nervosi e improperi.

Nel mezzo, ti raccontano anche cosa hanno visto o saputo. Le notizie dal mondo. Pettegolezzi di uccelli che tra di loro si riposavano soltanto o costruivano il nido.
Delle vite che hanno visto nascere, di becchi spalancati e strillanti e genitori instancabili a portare cibo.

Quante cose sanno raccontare!
Se soltanto sapessimo ascoltarle!
Myrtilla





https://pixabay.com/en/road-forest-season-autumn-fall-1072823/

martedì 27 settembre 2016

Verdi ospiti

Stamattina ho ricevuto una visita :)
Ospite discreto si è accontentato di star fuori. Educato non ha nemmeno criticato il caos o la brutta sedia su cui si è accomodato. ahahah
Poi però si è messo in mostra.






Ecco la mantide!
Un insetto che può avere dimensioni variabili da 1 a 16 cm.
Questa sarà stata lunga 6/7 centimetri. Se ne stava li appollaiata sul bordo della sedia. Pareva un filo d'erba un po' grosso. Si è mossa soltanto quando  le ho girato attorno per fotografarla. Devo averle dato fastidio perchè  mi ha quasi dato l'impressione di voler attaccare.

mah.... bella lo è ma se è vero come diceva Aristarco  che è portatrice di malocchio la prossima volta  la sfratto! ahahahahahah
Myrtilla

Da una mia filastrocca

Alcuni giorni fa avevo postato questa FILASTROCCA a cui Giuseppe Buro aveva aggiunti suoi versi.... seguiti poi dai miei e da altri suoi...
Insomma! La volete leggere scritta così a quattro mani?
I versi di Giuseppe sono in rosso.



Voglio fare testamento
ma so già che è un tormento.
Non so proprio a chi lasciare
tutte le idee che in testa faccio stare.
Sì, lo so! Son di carta pesta:
quattro lacrime e niente resta.
Ma per me sono importanti
e non m’importa se non son brillanti.
E poi le parole…
sono tante. Chi ne vuole?
Infine i sogni ad occhi aperti.
Sono troppo, statene certi.

Con tutte le cose che ho da regalare
ci perdo il sonno e non so più riposare.
Sono stanca e un po’ delusa
e più del solito confusa.
Non so prendere una decisione
per far felici tante persone
e allora mi sa mi sa
che me le tengo tutte qua
che continuo a coltivare
sogni e speranze di albe chiare
Myrtilla


Lasciami camminare nei sentieri tra i boschi,
lasciami respirare la brezza mattutina,
tra un bacio e un sorriso lasciami accarezzare
ogni tuo pensiero e fammi dono delle tue idee....
Le uniremo in una strada senza cigli
In un domani senza fine
In un mondo dove altro è lontano
E noi in simbiosi uniti come nuvole e vento


ah chillu viento da matina ca m'accarezza
e me lassa comma fosse sale, ma po
e carezze so vampate ca passano
veloce......


Che ne dite?
Myrtilla